Migranti, sbarchi dimezzati nel 2026 ma nel Mediterraneo si muore di più
Al 3 luglio 14.464 arrivi contro i 30.598 del 2025 (-52,7%), trainati dal calo dalla Libia. Ma i morti e dispersi salgono a 1.570.
Gli sbarchi si dimezzano, i morti aumentano. È il paradosso che emerge dai numeri della prima metà del 2026: secondo il cruscotto statistico del ministero dell’Interno, aggiornato alle 8 del 3 luglio, dall’inizio dell’anno sono arrivati via mare in Italia 14.464 migranti, contro i 30.598 dello stesso periodo del 2025. Un calo del 52,7%, che consegna al governo un dato politicamente rilevante. Ma nello stesso semestre, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, i morti e dispersi sulle rotte del Mediterraneo e dell’Atlantico verso l’Europa sono saliti da 1.232 a 1.570. Nel solo Mediterraneo centrale, la rotta che riguarda Italia e Malta, da 552 a 865. E l’Oim avverte: è una stima minima, conta solo le vittime verificate.
La frenata della rotta libica
La contrazione è trainata dalla Libia, che resta comunque il principale Paese di partenza: 11.995 arrivi al 3 luglio contro i 27.303 del 2025, oltre 15 mila in meno (-56% circa). Nonostante la flessione, la rotta libica vale ancora quasi l’83% del totale. Dalla Tunisia sono arrivati 1.112 migranti (erano 2.209), dalla Turchia appena 76 (contro 485). In controtendenza l’Algeria: 1.281 arrivi, più del doppio dei 601 dello scorso anno.
Il riflesso si vede sulle coste: la Sicilia resta prima con 10.923 arrivi (erano 25.222), ma la Sardegna sale da 725 a 1.428, coerente con la crescita della direttrice algerina. Il calo più netto, dopo quello siciliano, è in Calabria: da 1.250 a 287. Quanto alle nazionalità dichiarate allo sbarco, il primo gruppo è quello del Bangladesh con 4.249 arrivi, seguito da Somalia (1.644), Sudan (1.369) e Pakistan (1.185): flussi misti, in cui dalla Libia partono anche migranti dell’Asia meridionale.
La pentola libica
Perché è proprio la Libia il punto sensibile del dossier. Gli arrivi in Italia calano, ma il Paese resta attraversato da reti di traffico e tensioni politiche sulla presenza straniera. Il premier del governo di Tripoli, Abdulhamid Dabaiba, ha dichiarato che le rotte del traffico nel sud del Paese sono «note» e controllate da bande specifiche, e ha sostenuto che 27 mila migranti asiatici sarebbero entrati in Libia da un aeroporto «noto» con visti cartacei falsificati; fonti libiche collegano il riferimento allo scalo di Benina, a Bengasi. Intanto autorità di Tripoli e dell’est, parlamento, municipi e leader religiosi respingono ogni ipotesi di insediamento permanente dei migranti, e l’ambasciatore Ue Nicola Orlando ha parlato di «campagne di disinformazione», negando che Bruxelles sostenga la creazione di centri nel Paese.
I numeri danno la misura della pressione: l’Oim ha censito a inizio 2026 936.134 migranti di 47 nazionalità in Libia, il 78% dei quali lavora. Tripoli contesta il dato e parla di circa 3 milioni di presenze.
Il fattore Tunisia
Al calo contribuisce anche la Tunisia. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha affermato che gli arrivi irregolari da quel Paese verso l’Italia sono diminuiti del 97% dal 2023, nel quadro della cooperazione tra Bruxelles e Tunisi, che ora include anche tre nuove unità di ricerca e soccorso per la Guardia costiera tunisina. Nel 2025 l’Oim ha facilitato il rimpatrio volontario di 8.853 migranti dalla Tunisia; nel 2026 sono già oltre 2 mila.
Il quadro del semestre, insomma, è a due facce: per l’Italia un crollo degli sbarchi superiore al 52%; per il Nord Africa una pressione migratoria che non diminuisce, solo meno visibile dalle nostre coste ma ancora presente nelle città, nei deserti e lungo le rotte dei trafficanti.