Legge elettorale, voto segreto alla Camera sulla preferenze
FdI, Noi Moderati e Udc firmano l’emendamento sulle preferenze, ma Lega e Forza Italia non aderiscono: voto segreto in aula rischia di affossare il testo
L’emendamento c’è, ma non tutti lo firmano. Alla Camera inizia oggi la maratona d’aula sulla riforma della legge elettorale, con Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc schierati a favore della proposta sulle preferenze, mentre Lega e Forza Italia si tengono a distanza. Il nodo è politico prima ancora che tecnico, e il voto segreto – previsto nel corso delle votazioni – potrebbe rimescolare tutto.
Cosa prevede l’emendamento
Il testo depositato da FdI, Noi Moderati e Udc introduce un capolista bloccato e la possibilità di esprimere fino a tre preferenze su una lista di sei nomi, con alternanza di genere tra i candidati. L’alternanza però non si applica ai capolista delle circoscrizioni e il secondo candidato può essere dello stesso sesso del primo. Salta così la regola del 60-40 che garantisce una distribuzione equilibrata tra uomini e donne nelle candidature.
Giovanni Donzelli, deputato FdI e responsabile organizzativo del partito, non nasconde la logica dietro questa scelta: «Si tratta di un emendamento in cui le preferenze sono sostenibili», dice, e ammette che «un emendamento con la preferenza secca non sarebbe mai passato con i voti segreti». Dunque una preferenza limitata, non quella piena sul modello delle elezioni europee che la stessa Giorgia Meloni avrebbe preferito. In attesa che Lega e FI si riunissero questa mattina, Donzelli ha precisato: «Diamo loro il tempo di confrontarsi al proprio interno: ovviamente auspichiamo che venga sostenuto da tutto il centrodestra».
Salvini apre, ma non firma
Matteo Salvini non ha sciolto la riserva, ma ha mandato un segnale: «Non abbiamo, al mercato, compensazioni da chiedere. Io sono sempre stato eletto sia in Europa sia nel comune di Milano con le preferenze e quindi per quello che mi riguarda, non sarebbe un problema». Parole che suonano come una disponibilità, non come un impegno. Il vicepremier, secondo quanto riferito da fonti vicine alla Lega, potrebbe alla fine sostenere l’emendamento, anche per capitalizzare sul tavolo della trattativa in vista di un possibile ritorno al Viminale, ipotesi che circola da settimane con la variante di una staffetta con Matteo Piantedosi al ministero delle Infrastrutture.
Forza Italia ragionerà nel merito stamattina in assemblea di gruppo. Secondo quanto trapelato, il partito potrebbe dare il via libera «perché la gran parte della coalizione lo sostiene». Poi però, nel voto segreto, ogni deputato farà i suoi conti. Ed è qui che la partita si complica.
L’opposizione attacca su fronti diversi
Il Movimento 5 Stelle ha presentato un emendamento a prima firma Ricciardi che chiede di eliminare il listino bloccato e reintrodurre le preferenze. Chiede anche di ridurre il premio di governabilità dagli attuali 70 seggi alla Camera e 35 al Senato a 50 e 25, e di cancellare l’indicazione del candidato premier. «Noi vogliamo preferenze autentiche per come i cittadini le conoscono e le chiedono», ha attaccato il vicepresidente M5S Michele Gubitosa.
Il Pd non ha seguito M5S su questo punto, e FdI non ha mancato di ironizzare: «Qualcuno ha notizie dell’emendamento del Pd sulle preferenze?», ha punzecchiato il relatore Angelo Rossi. Da Azione, Osvaldo Napoli è stato più diretto: «se Giorgia Meloni pensa di reintrodurre il voto di preferenza secondo le modalità previste nell’emendamento depositato allora siamo alla presa in giro».
Sul versante delle circoscrizioni estere, la maggioranza ha presentato un emendamento unitario per ridurre il numero di collegi: due per la Camera e uno per il Senato. Il Pd ha risposto con una critica secca per voce di Luciano Vecchi, che ha parlato di «legge vergogna» a cui «ci opporremo con tutte le nostre forze».
Meloni e il rischio affossamento
Dietro le dichiarazioni pubbliche, secondo quanto riferito da fonti che hanno avuto colloqui con la presidente del consiglio, Meloni starebbe valutando una mossa estrema: se l’emendamento sulle preferenze non passasse, l’intera riforma – il cosiddetto “Stabilicum” – potrebbe essere messa a repentaglio. Al Senato si parla già di un rinvio all’ottobre, ben oltre l’ipotesi di fiducia estiva inizialmente circolata. Anche alla Camera, in caso di sconfitta sul voto delle preferenze, ci sarebbe la tentazione di non procedere all’approvazione in prima lettura.
Le ragioni, spiega chi ha parlato con lei di recente, sono sia politiche sia di immagine. Meloni ha insistito sulle preferenze per tutta la sua carriera all’opposizione e non vuole che FdI appaia come il partito che ha tentato solo per comunicare, senza convinzione reale. C’è poi un calcolo strategico che serpeggia tra i suoi consiglieri: la formula attuale del testo – capolista bloccati e tre preferenze su lista chiusa – avvantaggerebbe comunque le segreterie dei partiti minori, quelli che viaggiano tra il 6 e l’8%, dove difficilmente scatta il secondo seggio assegnato su base preferenziale. E poi c’è il fattore Roberto Vannacci: l’esplosione nei sondaggi del partito del generale europeista ha cambiato i calcoli, e tenere in piedi il Rosatellum potrebbe essere la soluzione più conveniente per FdI, Lega e Forza Italia. Tra i dirigenti di FdI, qualcuno sussurra anche: «Tanto ci penserà comunque la Corte costituzionale».
Sono previste ventidue ore di dibattito, con possibilità di sedute notturne. Il voto sull’emendamento è atteso in serata.