Legge elettorale, tensione in maggioranza: bocciate le preferenze libere
Il Senato respinge il subemendamento delle opposizioni sulle preferenze libere. Passa il sistema con le crocette voluto dal centrodestra.
Il Senato ha bocciato il subemendamento delle opposizioni che puntava a introdurre le preferenze libere e a cancellare i capilista bloccati nella nuova legge elettorale. Il voto si è chiuso con 68 sì e 99 contrari, dopo una giornata di tensioni dentro la maggioranza che fino a tarda mattinata non escludeva un possibile strappo di Fratelli d’Italia.
Il pressing di Vannacci e il vertice di maggioranza
A complicare le cose era arrivato l’intervento del generale Roberto Vannacci, che aveva invitato apertamente la premier a votare l’emendamento delle opposizioni, dicendosi convinto che sarebbe stata una scelta coerente. Per gran parte della mattinata Fratelli d’Italia non aveva escluso di seguire quella indicazione, andando contro le posizioni di Lega e Forza Italia. La tenuta della maggioranza si è decisa in un vertice a cui ha partecipato la ministra Elisabetta Casellati. Poco dopo il sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni ha garantito che il governo sarebbe arrivato fino alla scadenza naturale della legislatura.
Il clima in Transatlantico e in aula
Nel primo pomeriggio, mentre nei corridoi del Senato circolavano cronisti in attesa di sviluppi, il clima tra i parlamentari lasciava intuire che non ci sarebbe stato alcuno strappo. In aula erano presenti solo quattro ministri, Roberto Calderoli, Casellati, Paolo Zangrillo e Luca Ciriani. Non sono mancati scontri verbali tra maggioranza e opposizione, in particolare dopo che il capogruppo di Fratelli d’Italia Lucio Malan aveva definito Giuseppe Conte «un signor nessuno», provocando la reazione del M5s.
Il voto e la reazione di Meloni
Alle 15.55 Malan ha annunciato la posizione della maggioranza, aprendo di fatto al voto contrario che ha bocciato l’emendamento delle opposizioni. Alle 18 è passato invece l’emendamento del centrodestra, che introduce un sistema con capolista bloccato e tre crocette su una lista prestampata di sei nomi. La premier Giorgia Meloni ha rivendicato il risultato, sottolineando come le preferenze mancassero dal 1993 e criticando la sinistra per non averle mai volute nell’arco di trentacinque anni. Alcuni senatori di Fratelli d’Italia hanno esposto cartelli per rimarcare la distanza dalle opposizioni sul tema, mentre da Forza Italia è arrivata la rivendicazione di un ruolo decisivo nella reintroduzione del meccanismo.
Le altre modifiche approvate
Nella stessa seduta il Senato ha approvato anche l’innalzamento del numero di firme necessarie ai partiti non presenti in Parlamento per potersi candidare, portando la soglia minima da 1.500 a 9.000 e quella massima da 2.000 a 10.000 per ogni collegio. Una modifica che secondo Conte rappresenta una norma a tutela degli attuali partiti parlamentari, mentre Filiberto Zaratti di Avs ha calcolato che, di fatto, servirebbero circa settecentomila firme complessive per presentarsi alle elezioni. Per le forze politiche che hanno una componente parlamentare, come Futuro Nazionale e +Europa, la soglia resta invece fissata a 1.500 firme. È stata inoltre avviata la cancellazione della cosiddetta norma anti cespugli, che escludeva dal conteggio ai fini del premio di maggioranza i voti dei partiti sotto il 3%: con la modifica, tutte le liste, comprese quelle sotto l’1%, concorreranno al computo nazionale.
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