Legge elettorale preferenze, il caos alla Camera non spaventa Meloni
La riforma sulle preferenze affossata da decine di franchi tiratori. Nei sondaggi la premier tiene e un voto anticipato non la spaventa.
Giorgia Meloni
Legge elettorale preferenze, un solo voto fa saltare la riforma
Un solo voto. Tanto è bastato per affossare la riforma sulla legge elettorale e le preferenze, che avrebbe restituito agli italiani la scelta del proprio deputato. La legge elettorale è uscita dalla Camera avvolta in una nuvola di sospetti, con i numeri dei franchi tiratori che variano a seconda di chi li conta: trentuno secondo la Lega, cinquanta secondo fonti interne a Forza Italia. Sessantasette le deputate del centrodestra su cui si sono concentrate le maggiori diffidenze, complice il nodo sull’abolizione della parità di genere agganciata all’emendamento.
Giorgia Meloni non ha usato giri di parole: «La pazienza è al limite».
Il vero problema non è tecnico
Capilista bloccati, voto segreto, quote di genere: dietro ogni tecnicismo si nasconde una domanda molto più semplice. Perché un partito dovrebbe temere che i cittadini scelgano i propri rappresentanti? Le liste bloccate esistono da oltre trent’anni e in trent’anni hanno alimentato una classe dirigente sempre più distante da chi dice di rappresentare.
Meloni ha provato a rompere quello schema, riuscendoci solo in parte. Ma lo ha fatto sapendo di scontrarsi con resistenze trasversali, dentro e fuori la sua stessa maggioranza. Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha già indicato una via d’uscita: un emendamento «chirurgico» in seconda lettura a Palazzo Madama, dove il voto segreto non è previsto. Un dettaglio che dice molto su chi, quel giorno alla Camera, non aveva voglia di mettere la faccia su una scelta pubblica.
L’ipotesi elezioni anticipate e i conti dei parlamentari
Nel retroscena parlamentare gira un’ipotesi che pesa. Se la riforma saltasse del tutto, la premier sarebbe pronta a salire al Quirinale per chiedere lo scioglimento delle Camere. Una minaccia che tiene svegli i “malpancisti” di ogni partito: la data che fa scattare la pensione parlamentare, il 14 aprile, resta lontana per molti di loro, e un voto anticipato significherebbe rinunciarci.
Ma al di là dei calcoli individuali, rimane una domanda concreta. Se si tornasse alle urne oggi, chi sceglierebbero gli italiani? Per quanto scomoda possa sembrare la risposta per alleati riluttanti e opposizioni, non è affatto scontata a sfavore della premier. Meloni si presenterebbe come la leader che ha provato a mantenere una promessa antica: restituire il potere di scelta al cittadino invece che alle segreterie di partito. Nella percezione di chi vota, questo argomento pesa più di qualunque disputa sul voto palese o segreto.
Immagine esterna e consenso interno
C’è un secondo fattore che entra nel giudizio degli elettori. Sul piano internazionale, la postura della premier è rimasta quella di un’Italia che collabora ma non si piega, che non fa da comparsa nelle relazioni con le grandi potenze, anche nei momenti di maggiore pressione diplomatica. Un messaggio ripetuto con costanza.
Sul fronte interno, la narrazione del governo punta su una scelta precisa: destinare risorse a chi ne ha bisogno, non a chi ha già margini di manovra. Le opposizioni contestano questa lettura con durezza. Eppure è proprio su questo terreno che Meloni continua a costruire il proprio consenso, presentandosi come chi mette il cittadino comune prima degli interessi di chi sta già bene.
Maggioranza spaccata, premier ancora in testa
Il paradosso di queste ore è evidente. Mentre Lega e Forza Italia si accusano a vicenda, mentre i cosiddetti vannacciani parlano di “badogliani” puntando il dito contro tutti, Meloni resta l’unica figura che nei sondaggi mantiene un consenso personale superiore a quello della coalizione che la sostiene.
Un voto anticipato, per quanto rischioso per i singoli parlamentari, non sembra uno scenario che la premier abbia ragione di temere.
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