Dpcm stipendi magistrati, Meloni: «Non firmo»
Giorgia Meloni rifiuta di firmare il provvedimento da 970 milioni per gli arretrati dei magistrati, l’Anm respinge le accuse di «regalo»
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato che non firmerà il decreto con cui si dovrebbero stanziare 970 milioni di euro per adeguare gli stipendi dei magistrati, previsti nel Documento Programmatico di Bilancio. La notizia apre uno scontro tra governo e Associazione Nazionale Magistrati sul Dpcm stipendi magistrati, con le due parti che si rimpallano responsabilità e cifre molto diverse tra loro.
«Non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati. È dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell’autotrasporto e impedire che si blocchi la consegna delle merci in tutta Italia», ha detto Meloni all’Adnkronos.
La replica dell’Anm
A rispondere è la giunta dell’Anm, guidata da Giuseppe Tango, con una nota diffusa dall’associazione. «La magistratura non può essere trasformata nel capro espiatorio delle difficoltà economiche del Paese. Nessun regalo, nessun bonus, nessun aumento», si legge nel comunicato, in cui l’Anm precisa che le somme citate da Meloni «sono differenze retributive previste dalla legge e non corrisposte per anni, non paragonabili a quelle ipotizzate in questi giorni».
Venerdì Il Sole 24 Ore aveva parlato di circa 70mila euro di arretrati e 20mila euro all’anno a regime per i magistrati, con gli aumenti corretti. L’Anm aveva smentito subito quei numeri, definendoli «stima priva di fondamento» e sostenendo che gli importi effettivi sarebbero «di gran lunga inferiori».
Le cifre contestate
Ernesto Carbone, consigliere laico del Csm, ha definito i 100mila euro circolati nei giorni scorsi «una cifra assurda, palesemente errata, lanciata per montare furore dell’opinione pubblica». Secondo i calcoli dei magistrati, il recupero degli aumenti porterebbe al massimo a 24mila euro di arretrati, e solo per chi ha almeno 27 anni di anzianità di servizio. Numeri che, su circa 11mila magistrati in servizio, faticano a combaciare con la cifra complessiva di 970 milioni indicata nel Dpb.
Cosa prevedono le sentenze
Il Consiglio di Stato ha già bocciato i calcoli usati per adeguare gli stipendi nei due trienni precedenti, e quelle sentenze vanno applicate. Spetterebbe al governo approvare il provvedimento che adegua le retribuzioni dal 2018 al 2023, attingendo alla Legge di Bilancio. Il vicesegretario dell’Anm, Stefano Celli, ha spiegato cosa succede senza la firma dell’esecutivo: «C’è stata una causa, c’è stata una sentenza. Se il governo adempie bene, se non adempie o adempie in parte andremo avanti con il giudizio di ottemperanza».
In caso di inadempimento, i magistrati potrebbero chiedere al Consiglio di Stato di imporre l’esecuzione delle sentenze, con la nomina di un commissario ad acta che agisca al posto del governo. La cifra di 970 milioni resta per ora nell’unico documento disponibile sulla manovra, il Dpb inviato a Bruxelles nei giorni scorsi. Gli importi non comprendono ancora gli adeguamenti del triennio 2024-2026, che si aggiungeranno agli aumenti già maturati nei sei anni precedenti.
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