Ricandidatura Schifani, vertice teso con Tajani a Roma
Incontro di un’ora al ministero degli Esteri tra il presidente della Regione e il segretario di Forza Italia: nessuna promessa su un secondo mandato
Un’ora di confronto al ministero degli Esteri, a Roma, e due versioni diverse di quello che è successo dentro la stanza. Da una parte la nota ufficiale che parla di clima sereno tra Renato Schifani e Antonio Tajani, dall’altra la ricostruzione di chi era presente e racconta un vertice teso, con il presidente della Regione deciso a ottenere una promessa sulla ricandidatura Schifani che, alla fine, non è arrivata.
Il doppio racconto dell’incontro
Secondo la versione filtrata dal partito, l’incontro tra il segretario nazionale di Forza Italia e il governatore siciliano si è svolto in un «clima sereno e cordiale», con l’invito a Schifani ad andare avanti nell’azione di governo. Secondo quanto riferito da altre fonti presenti a Roma, invece, Schifani non avrebbe rivolto parola né sguardo al commissario regionale di Fi, Nino Minardo, con cui i rapporti restano ai minimi. Nel corso del faccia a faccia il presidente avrebbe rivendicato i risultati dei suoi quattro anni di mandato e chiesto apertamente il bis, sostenendo di avere l’appoggio di alleati e partito in Sicilia. Tajani gli avrebbe risposto che la ricandidatura è osteggiata persino dai deputati forzisti dell’Ars, e Schifani avrebbe lasciato l’incontro contrariato, mentre Minardo attendeva ancora il suo turno di colloquio.
La nota ufficiale e il nuovo appuntamento
Il comunicato diffuso dopo il vertice racconta però tutt’altro tono. Tajani «ha espresso apprezzamento per i risultati conseguiti dal governo Schifani nei quattro anni di mandato, incoraggiando il presidente a proseguire nell’azione di governo», mentre Schifani lo ha ringraziato per la fiducia. Nella nota si legge anche che «i due esponenti hanno concordato di aggiornarsi in un successivo incontro, non previsto nell’immediato». Per diversi osservatori è il segnale che il secondo mandato si allontana, senza che sia stata ancora individuata una exit strategy per convincere il governatore a farsi da parte. Per Schifani, al contrario, è l’appiglio per sostenere che la ricandidatura semplicemente non sarebbe in discussione, perché l’obiettivo è arrivare a fine mandato, a ottobre del 2027, senza election day né voto anticipato, per completare opere come i termovalorizzatori e il polo pediatrico.
Minardo incassa la fiducia di Tajani
Dopo Schifani è stato il turno di Minardo, che secondo la nota ha ricevuto piena conferma della propria linea. Tajani lo «ha esortato a proseguire l’opera di rinnovamento del partito che ha già avviato, con liste competitive nelle prossime elezioni amministrative e politiche, aperte alla società civile» inserendo anche volti nuovi, con l’obiettivo di confermare Forza Italia come primo partito in Sicilia. Un’indicazione che Schifani avrebbe letto come un attacco indiretto alla propria riconferma. Minardo, da parte sua, ha comunque mandato un segnale di tregua al governatore, dicendo che «il governo regionale guidato da Renato Schifani deve proseguire nella propria azione nel rispetto degli impegni assunti con i siciliani».
I segnali da Taormina e la manovra all’Ars
Nella stessa giornata, al vertice del Partito popolare europeo organizzato da Marco Falcone a Taormina, l’eurodeputato ha ricevuto l’endorsement del capodelegazione di Forza Italia a Bruxelles, Fulvio Martuscello: «Il partito è tornato a crescere. Bisogna partire da chi ha preso le preferenze ed è radicato sul territorio», ha detto, citando oltre a Falcone anche Chinnici e Tamajo, e indicando per Minardo «un ruolo di sintesi». Su una possibile candidatura di Falcone a Palazzo d’Orleans, Martuscello si è sbilanciato: «È indiscutibile che sia un fuoriclasse, non ha bisogno di spot, lo spot migliore sono i risultati che porta». Intanto all’Assemblea regionale siciliana prosegue in un clima di incertezza la discussione sulla manovra finanziaria da mezzo miliardo di euro e 126 articoli, per la quale si parla già di ampi stralci. Una pregiudiziale dell’opposizione, basata sull’articolo che regola le cosiddette «mancette» e che avrebbe invalidato l’intero disegno di legge, è stata respinta con scrutinio palese per 26 voti contrari contro 23 favorevoli, appena tre voti di scarto.
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