Diritto alla riparazione: l’Ue contro l’usa e getta
La direttiva Ue sul diritto alla riparazione è in vigore, ma l’Italia ha prorogato il recepimento di tre mesi. Cosa cambia per i consumatori.
Il diritto alla riparazione è legge europea. In Italia, ancora no
Siamo stati abituati per decenni a un’idea semplice: se si rompe, si butta e si compra di nuovo. L’economia del consumo ha prosperato su questo riflesso condizionato, e l’industria tecnologica lo ha trasformato in sistema. Il diritto alla riparazione sovverte questa logica, e l’Unione europea ha scelto di farne una norma vincolante. Smartphone che diventano “obsoleti” dopo due anni, lavatrici che costano meno da sostituire che da riparare, tostapane che nessuno sa più aprire con un cacciavite: noi crediamo che questo modello abbia fatto il suo tempo.
La direttiva europea sul diritto alla riparazione è entrata formalmente in vigore. Il principio che introduce è radicale nella sua semplicità: se un prodotto è tecnicamente riparabile, il fabbricante è obbligato a ripararlo, anche oltre il periodo di garanzia legale. I produttori non potranno più bloccare il software per impedire interventi in laboratori indipendenti, né tenere per sé manuali tecnici e pezzi di ricambio originali. Dovranno condividere tutto con i riparatori terzi. È un cambio di paradigma vero, non una dichiarazione d’intenti.
Cosa prevede concretamente la direttiva
I prodotti coperti dalla norma sono già numerosi: lavatrici, aspirapolvere, bici elettriche, smartphone. L’elenco è destinato ad ampliarsi nei prossimi anni. Se il consumatore sceglie di riparare un prodotto ancora in garanzia invece di cambiarlo, la garanzia viene prolungata di un anno. Le riparazioni devono essere offerte gratuitamente o a un prezzo «ragionevole», con tempistiche altrettanto ragionevoli. Entro il 31 luglio 2027, dovrà essere operativa una piattaforma online europea per trovare facilmente i riparatori nella propria zona.
Chi guadagna davvero da questa svolta sono le piccole officine e i riparatori indipendenti, tenuti fuori dal mercato per anni da produttori che, come ricorda Mattia Borghi, presidente Cna riparatori elettrodomestici, custodivano gelosamente informazioni tecniche e ricambi: «Ora che le informazioni verranno condivise, saremo al centro del processo di assistenza». L’Italia, secondo quanto emerge dalla bozza normativa, sembra orientata a includere anche i venditori di beni ricondizionati e i Repair Café, le iniziative di riparazione gratuita partecipativa che hanno anticipato questa cultura da anni.
I numeri che rendono urgente la svolta
La Commissione europea stima che lo smaltimento precoce di beni ancora recuperabili produca ogni anno 35 milioni di tonnellate di rifiuti e costi alle famiglie europee 12 miliardi di euro. Non sono cifre astratte: sono il costo reale dell’obsolescenza programmata, quella progettazione deliberata di prodotti destinati a durare poco per spingere all’acquisto del modello successivo.
Il ritardo italiano e il rischio che la norma resti lettera morta
Ed è qui che si apre la nostra preoccupazione più concreta. L’Italia non ha ancora recepito la direttiva: il termine per il decreto legislativo che dovrà modificare il Codice del consumo è stato prorogato di tre mesi. La bozza prevede che i contratti stipulati da oggi siano tutelati, ma la commissione Industria del Senato ha già suggerito di valutare «un periodo transitorio» per le piccole imprese. Traduzione: altri rinvii possibili.
Non è un dettaglio secondario. Nicoli ricorda un precedente che dovrebbe farci riflettere: «Tante direttive naufragano in fretta. Basti pensare al divieto dei piatti usa e getta in plastica: sono ancora in tutti i supermercati». Anche Gabriele Melluso, presidente di Assoutenti, mette il dito sulla piaga: «È fondamentale che il recepimento della direttiva sia accompagnato da un’efficace attività di informazione e controllo, affinché questi nuovi diritti non rimangano solo sulla carta ma diventino uno strumento concreto di tutela per milioni di consumatori».
Una legge giusta che rischia di fare la fine dei piatti di plastica
Noi pensiamo che il diritto alla riparazione sia una delle norme più sensate che l’Europa abbia prodotto negli ultimi anni. Non è ambientalismo ideologico: è buon senso economico, è rispetto per i consumatori, è un mercato più equo per chi fa artigianato di qualità. Ma una direttiva vale quanto la sua applicazione. L’Italia ha già dimostrato di saper recepire norme europee nei modi e nei tempi sbagliati, svuotandole di efficacia con proroghe, eccezioni e controlli assenti.
Tre mesi di ritardo possono diventare tre anni di inefficacia, se non si investe seriamente nell’informazione ai cittadini e nella vigilanza sul mercato. Riparare invece di buttare è possibile, conveniente, necessario. Tocca però alle istituzioni fare in modo che non resti solo uno slogan.
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