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Dalla lupara ai bitcoin, il nuovo vocabolario di Cosa nostra nel libro di De Lucia e Palazzolo

«La mafia che cambia» del procuratore di Palermo e dell’inviato di Repubblica racconta un’organizzazione che ha rivoluzionato strumenti e linguaggio senza abbandonare il suo unico obiettivo, il potere.

DI REDAZIONE EDIC. · 19 LUGLIO 2026 · AGGIORNATO ALLE 20:39 · ⏱ 2 MINUTI DI LETTURA
De Lucia

Maurizio de Lucia

C’è una parola che oggi racconta la mafia meglio di «pizzo» o «lupara», ed è «bitcoin». Sarebbe sembrata assurda in un’inchiesta su Cosa nostra fino a pochi anni fa, eppure ricorre nelle conversazioni dei trafficanti di droga legati a Matteo Messina Denaro. «Quando li vedi salire, levaci un dieci per cento», spiega uno di loro parlando di come investire in criptovalute. È una delle immagini che aprono «La mafia che cambia. Dalle stragi ai bitcoin, Cosa nostra oggi», il libro del procuratore di Palermo Maurizio de Lucia e dell’inviato di Repubblica Salvo Palazzolo, edito da Bur Rizzoli.

Un alfabeto in ventisei lettere

Più che un saggio, il volume è costruito come un alfabeto della nuova Cosa nostra. Ventisei lettere per fotografare un’organizzazione che ha cambiato mezzi e parole restando fedele alla propria natura. Il percorso comincia da una parola simbolo, «antimafia», che i mafiosi stessi descrivono come «una bomba che scoppia all’improvviso» e che «si porta tutti». È la prova che, dopo le stragi e i grandi processi, lo Stato resta l’ostacolo principale ai clan. Da qui gli autori lanciano una sfida, quella di costruire «un linguaggio nuovo dell’antimafia» capace di stare al passo con la trasformazione dei boss.

Chat criptate, cocaina e finanza globale

Pagina dopo pagina emerge una mafia lontana dall’immaginario collettivo. I capi discutono di piattaforme criptate che gli investigatori non sono ancora riusciti a decifrare, come la «No.1BC». Ragionano di investimenti e criptovalute, programmano traffici internazionali di droga. «Faremo arrivare un veliero carico di cocaina sulle coste di Palermo», propone un narcotrafficante colombiano ai referenti siciliani. Il controllo del territorio resta, ma la prospettiva è ormai globale.

Il libro registra anche altri mutamenti. Le famiglie hanno riattivato una sorta di tribunale interno per punire ladri e rapinatori che danneggiano gli imprenditori vicini ai clan. I colletti bianchi, dai burocrati ai professionisti fino ai politici, restano interlocutori decisivi. E resiste persino la «cassa assistenza» che sostiene le famiglie dei detenuti.

I misteri irrisolti e la ferita di don Puglisi

Non mancano le pagine sui grandi enigmi ancora aperti, dalla lunga latitanza di Messina Denaro alla «Natività» di Caravaggio che, secondo il pentito Gaetano Grado, sarebbe finita in Svizzera, fino agli interrogativi sulla strage di via D’Amelio. C’è anche il rapporto con la Chiesa, sintetizzato dallo sfogo di un boss di Pagliarelli su don Pino Puglisi. «Padre Puglisi santo… ma santo di che, ha fatto miracoli?». Una protesta che rivela quanto la testimonianza del parroco ucciso resti una ferita per Cosa nostra.

Il risultato è un vocabolario in cui convivono bitcoin e pizzini, chat criptate e riti di affiliazione, finanza globale e pizzo di quartiere. La fotografia più nitida che restituisce il libro è quella di un’organizzazione che cambia continuamente pelle senza tradire se stessa. E proprio per questo, avvertono gli autori, non basta aggiornare gli strumenti investigativi. Serve imparare una lingua nuova per riconoscere la mafia quando decide di non somigliare più a quella che credevamo di conoscere.

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