Tentato accoltellamento a San Vito Lo Capo, il ministro Valditara telefona al docente aggredito
L’episodio dell’undicenne che voleva trasmettere l’aggressione in diretta su Telegram. Valditara si complimenta per la gestione dell’emergenza.
Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha telefonato personalmente all’insegnante che ieri, a San Vito Lo Capo, ha rischiato di essere accoltellato da un alunno di undici anni. Lo studente voleva condividere l’aggressione in diretta su Telegram. Il ministero, in una nota ufficiale, ha fatto sapere che Valditara «gli ha voluto manifestare la sua vicinanza e si è complimentato per come ha saputo gestire con grande equilibrio una situazione potenzialmente drammatica».
L’Ufficio scolastico regionale della Sicilia ha avviato tutte le procedure previste in questi casi. Filippo Serra, direttore dell’Usr, assicura: «Stiamo seguendo da vicino il caso». L’istruttoria approfondita della vicenda servirà a definire i provvedimenti da adottare.
Quello di San Vito Lo Capo è solo l’ultimo episodio di una lunga serie che vede protagonisti studenti e docenti in situazioni di conflitto. Molti casi finiscono sui giornali per la loro gravità, ma decine restano sommersi nelle dinamiche quotidiane delle scuole siciliane. A Palermo, nel giugno 2022, uno studente sedicenne ha schiaffeggiato un professore che aveva segnato un’assenza ingiustificata sul registro elettronico. A febbraio 2023, a Catania, due docenti sono stati aggrediti dopo un rimprovero. A maggio 2024, sempre a Palermo, una madre ha aggredito un’insegnante e due collaboratori scolastici per un richiamo fatto al figlio.
«Non è solo un fatto di cronaca che lascia sgomenti», spiega Adriano Rizza, segretario generale della Flc Cgil Sicilia. «È il sintomo drammatico di un degrado e di un disagio sociale profondi che la scuola si trova ad affrontare ogni giorno in totale solitudine e abbandono da parte delle istituzioni. Il personale docente non si sente tutelato. Soprattutto perché, nei rari casi in cui scattano le sanzioni, sono davvero irrisorie. Bisogna provare ad arginare questi fenomeni».
Giusto Catania, preside dell’istituto comprensivo Giuliana Saladino nel quartiere Cep di Palermo e coordinatore della rete delle scuole antimafia, allarga lo sguardo. «La violenza è fuori e dentro la scuola che è lo specchio della società. Questa è la generazione che più di altre ha conosciuto la solitudine dal Covid in poi e si è rifugiata nei social. A questo si aggiunge che la violenza è ormai diventata “ordinaria” e questo è molto pericoloso». I processi di emulazione, secondo Catania, vengono amplificati dall’uso dei social e da modelli sbagliati. «La scuola deve interrogarsi sui modelli educativi che non possono essere gli stessi di quando noi eravamo ragazzi. Perché il mondo è cambiato. Bisogna investire sulla didattica, sui processi educativi».
In alcuni istituti, come il Giovanni Falcone del quartiere Zen 2, i professori ricevono una formazione specifica per affrontare le criticità. «Sono alunni che si sentono trasparenti agli occhi della famiglia, della società e cercano di uscire allo scoperto con la violenza», racconta il preside Massimo Valentino. «Non è facile spesso per i docenti interagire con loro. Servono degli strumenti adeguati. Anche una pacca sulla spalla, un guardare dritto negli occhi, in alcuni contesti può essere male interpretato e creare conflitti. Bisogna partire dalle cose più semplici, sempre con l’arma del dialogo».
Dal mondo della scuola arriva un grido di aiuto. «Le soluzioni repressive sono miopi e pericolose», ribadisce Rizza. «La vera risposta è un investimento educativo massiccio e strutturale che parta dal riconoscimento del ruolo insostituibile della scuola pubblica».