Detenuti violenti, il Sappe: «Basta spostare il problema da un carcere all’altro»
Il Sappe chiede al ministro Nordio un cambio di passo sui detenuti violenti nelle carceri: riaprire le isole-carcere o creare nuove strutture nazionali specializzate.
Detenuti violenti nelle carceri, il Sappe alla resa dei conti
Una minoranza di detenuti violenti nelle carceri italiane rende sempre più difficile il lavoro degli agenti penitenziari. A dirlo è il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe), che il 23 agosto 2026 ha rivolto un appello diretto al ministro della Giustizia Carlo Nordio, chiedendo interventi concreti prima che la situazione diventi del tutto ingovernabile.
«Il carcere non può essere governato dalla legge del più forte. Davanti a detenuti che aggrediscono ripetutamente gli agenti, devastano le sezioni, minacciano e sopraffanno altri reclusi, non possiamo continuare semplicemente a spostare il problema da un istituto all’altro. Al ministro della Giustizia Carlo Nordio chiediamo un immediato cambio di passo: utilizzare pienamente gli strumenti già previsti dall’ordinamento e valutare concretamente la riapertura di Pianosa e Asinara, o comunque la realizzazione di strutture nazionali specializzate per la gestione dei detenuti ad altissima criticità», afferma Donato Capece, segretario generale del Sappe.
Norme già esistono, mancano le strutture
Il sindacato non chiede nuove leggi. Capece richiama due norme già in vigore: l’articolo 14-bis dell’Ordinamento penitenziario, che consente il regime di sorveglianza particolare per chi compromette la sicurezza o usa violenza, e l’articolo 32 del D.P.R. 230/2000, che prevede la possibilità di assegnare a istituti o sezioni apposite i detenuti il cui comportamento richieda particolari cautele.
«Non chiediamo leggi speciali, né una sospensione delle garanzie costituzionali. Chiediamo semplicemente che lo Stato utilizzi fino in fondo gli strumenti che già possiede», dice Capece. Il nodo è un altro: «Il problema è che queste norme rischiano di rimanere sulla carta se non esistono spazi adeguati e strutture realmente organizzate per applicarle. In un sistema sovraffollato, trasferire un detenuto violento da un carcere ordinario a un altro carcere ordinario significa spesso soltanto spostare l’incendio da una stanza all’altra».
Agenti esposti fisicamente, senza strumenti adeguati
Sul fronte operativo la situazione descritta dal Sappe è critica. Gli agenti si trovano a fronteggiare le aggressioni senza strumenti individuali non letali che consentano di intervenire a distanza.
«Oggi il poliziotto penitenziario affronta spesso aggressioni a mani nude. Non dispone ordinariamente di strumenti individuali non letali che consentano di interrompere a distanza un’aggressione. Deve avvicinarsi, esporsi fisicamente, bloccare e contenere il detenuto. Se l’aggressore è particolarmente robusto, alterato o insensibile al dolore, possono essere necessari diversi operatori. È così che un singolo detenuto può arrivare a ferire quattro, cinque o più poliziotti», spiega Capece.
A questo si aggiunge un’altra preoccupazione: il timore degli agenti di subire conseguenze giudiziarie per le azioni compiute durante un intervento. Il segretario chiede «regole chiare, formazione, strumenti adeguati e certezza delle procedure», ribadendo che ogni abuso va perseguito, ma che un agente sotto aggressione non può essere costretto a valutare in tempo reale il rischio penale di ogni mossa.
Il nodo tossicodipendenza e disagio psichiatrico
Al 31 dicembre 2025 i detenuti tossicodipendenti nelle carceri italiane erano 20.767 su 63.499 presenti: circa uno ogni tre. Per il Sappe il carcere sta diventando il contenitore di problemi che richiederebbero risposte sanitarie e sociali. «Tossicodipendenza e disagio psichiatrico non significano automaticamente violenza. Ma quando patologie, dipendenze o particolari condizioni comportamentali si accompagnano a condotte aggressive, imprevedibili e reiterate, il sistema deve essere in grado di rispondere con strumenti adeguati. Il carcere non è un ospedale psichiatrico e la Polizia Penitenziaria non è personale sanitario», sottolinea Capece.
La proposta: strutture specializzate per detenuti violenti, non supercarceri del passato
La soluzione avanzata dal Sappe prevede strutture nazionali progettate su criteri radicalmente diversi da quelli degli istituti ordinari: piccoli numeri, sezioni autonome, alto rapporto agenti-detenuti, videosorveglianza moderna, allarmi individuali, personale appositamente formato e assistenza sanitaria e psichiatrica stabile.
Il criterio di assegnazione, precisa il sindacato, non sarebbe la nazionalità, il tipo di reato o la tossicodipendenza, ma il comportamento tenuto durante la detenzione: aggressioni gravi o reiterate, violenza sistematica, danneggiamenti continui.
«Pianosa e Asinara non devono necessariamente tornare a essere i supercarceri degli anni Ottanta e Novanta. Ma quelle realtà possono rappresentare un punto di partenza per studiare strutture moderne, nazionali e specializzate. Se quelle isole non saranno logisticamente, economicamente o ambientalmente utilizzabili, si individuino altre soluzioni. Ma lo studio va fatto subito. Perché continuare a trasferire i detenuti violenti da un carcere all’altro non è una politica penitenziaria: è soltanto un ‘Giro d’Italia’ del disagio e della violenza, nel quale cambia la tappa ma non cambia il risultato», conclude Capece, chiedendo al ministro Nordio di convocare urgentemente le organizzazioni sindacali per aprire un confronto sul tema.
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