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Pensione a quasi 65 anni, sette in più rispetto al 1995

Il rapporto annuale Inps fotografa l’allungamento dell’età pensionabile e il divario uomo-donna: 550 euro al mese in meno per le lavoratrici italiane.

DI REDAZIONE EDIC. · 10 LUGLIO 2026 · ONLINE ALLE 07:58 · ⏱ 3 MINUTI DI LETTURA
Pensione quasi 65 anni sette piu rispetto al 1995

Sette anni in più davanti al posto di lavoro

Nel 2025 l’età media di pensionamento in Italia ha toccato i 64 anni e 7 mesi, due mesi in più rispetto al 2024. Per i dipendenti privati il salto, guardando agli ultimi trent’anni, è di 7 anni e 3 mesi: nel 1995 si lasciava il lavoro a 57 anni e 7 mesi, oggi a quasi 65. È uno dei dati più significativi del rapporto annuale dell’Inps, presentato a Roma, che restituisce un’istantanea del sistema previdenziale italiano sempre più segnata dall’allungamento della vita lavorativa e da un divario di genere persistente.

Le donne sono penalizzate su entrambi i fronti. Sono la maggioranza dei pensionati, 8,4 milioni contro 8 milioni di uomini, ma percepiscono appena il 44% dei redditi pensionistici totali. La pensione media maschile è di 2.166 euro al mese; quella femminile si ferma a 1.619 euro. Quasi 550 euro in meno ogni mese, il 34% in meno. Le donne, tra l’altro, ricorrono più spesso alla pensione di vecchiaia, mentre gli uomini hanno più margine per scegliere le forme anticipate.

Lo smart working come argine alla «child penalty»

Il rapporto dedica ampio spazio alle politiche che negli ultimi anni hanno provato a contrastare questi squilibri. L’assegno unico può favorire un aumento delle nascite, ma rischia di tenere le madri lontane dal mercato del lavoro se non accompagnato da altre misure. Il bonus asilo nido si rivela più efficace: aumenta di circa 6 punti percentuali la probabilità di occupazione per le madri.

La vera novità riguarda il lavoro da remoto. Lo smart working, esploso durante il Covid e mantenuto in molte aziende, può ridurre la cosiddetta “child penalty”, cioè la penalizzazione di carriera legata alla maternità, fino all’87%. L’Inps stima che possa portare fino a 1.300 euro in più nell’anno successivo alla nascita di un figlio, con «effetti positivi sulla fecondità» e persino un ritardo nell’uscita dal lavoro, beneficio che riguarda anche gli uomini.

Fava: senza lavoro stabile non c’è pensione solida

Il presidente dell’Inps, Gabriele Fava, ha sintetizzato il senso del rapporto con una premessa netta: non esiste pensione solida senza lavoro «stabile, regolare e dignitosamente retribuito». Prima della previdenza viene l’occupazione: deve essere inclusiva, continuativa sul piano contributivo, pagata con salari adeguati.

Tra il 2019 e il 2025 i lavoratori extra Ue sono cresciuti di oltre il 35%. Oggi un dipendente su sette in Italia è immigrato. «Al di fuori di contrapposizioni ideologiche», ha detto Fava, occorre prendere atto che una quota crescente della capacità produttiva e della base contributiva del Paese dipende «dalla capacità di governare i flussi migratori».

Salari in crescita, ma l’inflazione resta un rischio

Le retribuzioni sono salite del 3,6% nel 2025 e di oltre il 14% rispetto al periodo pre-Covid. Un recupero reale, ma non ancora sufficiente. La ministra del Lavoro, Marina Calderone, ha riconosciuto che c’è ancora «tanto percorso da fare» per tutelare il potere d’acquisto dei lavoratori.

L’obiettivo del governo, ha spiegato, è confermare nella prossima legge di bilancio la detassazione dei rinnovi contrattuali e dei premi di risultato già inseriti nella manovra di quest’anno. I segnali intanto sono positivi: «Aumenta il numero dei contratti sottoscritti ed aumenta la soglia, cioè il livello medio di premio riconosciuto ai lavoratori: erano circa 1.400/1.500 euro nello scorso anno, adesso siamo una media di 1.800 euro», ha sottolineato Calderone.

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